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Le mie vite sono dei luoghi
Ci siamo trasferite.
I traslochi non sono mai una passeggiata e quelli fatti in estate, in piena emergenza climatica, in una settimana da bollino rosso e a ridosso delle vacanze, cioè quando il corpo è già proiettato in posizione orizzontale, al mare, sono ancora più impegnativi.

Eppure questo trasloco, nonostante i 47mila gradi e la stanchezza di un lungo, impegnativo anno di lavoro (calcolato come anno scolastico, obv) è stato bello.
Dopo il mio trasferimento epocale, quello che ha segnato, nella mia personale cronologia, il passaggio dalla mia prima - padana - alla mia seconda vita - romana, cambiare, spostarmi, traslocare non mi spaventa più. Non posso negare che all’inizio sembri comunque, sempre, tutto insormontabile, come ogni cosa che va fatta, anzi, che va “iniziata a fare”. Avete presente quelle scalate che sembrano infinite, e l’unico modo per arrivare in cima è mettere un piede dopo l’altro? Davanti a ogni cosa che mi appare insormontabile mi dico Ale, metti un piede dopo l’altro. Ma sopratutto: Ale, inizia. Iniziare è la chiave, fare una cosa alla volta, con un senso e una direzione, è un’altra chiave.
Al momento il senno di poi è impegnato ad attendere che il poi arrivi.
Per quanto impegnativa e difficile, una cosa concreta, pratica, seppur faticosa da iniziare, da fare, è un grande privilegio: risolvere cose pratiche, risolvibili con l’impegno fisico, è una delle cose migliori che possano capitare.
Risolvere cose di concetto è un po’ più impegnativo, ma non è oggi che parleremo di questo, perché per parlare di ciò ho bisogno di un alleato, il senno di poi, e al momento il senno di poi è impegnato ad attendere che il poi arrivi.
Quindi occupiamoci di questo trasloco.
Negli anni abbiamo cambiato diverse sedi operative, sempre qui ai Castelli Romani, dove non c’è alcuna tradizione tessile, dove l’e-commerce è considerato il nemico del negozio di strada, dove il marketing è basato su reel che dovrebbero far ridere, invano. Il modello-melidé, in questo territorio, è affetto da SFL, una delle mie sindromi preferite, ovvero la Sindrome Fuori Luogo.
Nonostante ciò da quasi dodici anni facciamo base qui, nella provincia romana più bella, secondo me, tra il parco regionale dei Castelli Romani, ville magnifiche, rovine dell’antichità, cibo buonissimo, tanta verdura, gente allegra e rilassata con qualche problema con i parcheggi. Siamo state a lungo a Genzano, dove fanno quel pane buonissimo che forse conoscete (il profumo del pane pervade il centro storico sia la mattina sia il pomeriggio, perché lo fanno due volte), poi negli ultimi anni siamo state a Velletri, per favorire le colleghe che abitavano lì. Ora siamo ad Albano, la stessa città in cui vivo, la città che mi ha adottata e che considero casa da quasi vent’anni. Sono molto felice di essere qui, finalmente, questo posto mi fa sentire bene, mi ha sempre fatto sentire salva, anche se non so bene dirvi da cosa.
Non è stato facile trovare un ufficio qui ad Albano: il centro storico è bellissimo, poetico, l’architettura residenziale è fatta di cortili interni, terrazzi, finestre con le persiane verdi, meravigliosi soffitti di legno, panorami di tetti pieni di antenne e strani abusivismi, alcune case risalgono addirittura al 600, nella maggior parte dei casi non sono in ottimo stato e non avevamo in programma ristrutturazioni, quindi fino a ora niente che facesse per noi era disponibile. Ma scandagliando ogni giorno i siti delle agenzie ci siamo imbattute in un piccolo appartamento nel centro storico, in una palazzina a tre piani con un delizioso terrazzo che sia affaccia sui tetti della città, i muri spessi e le scale in pietra, ben tenuta, ristrutturata, conservata con amore dalla proprietaria.
Ed eccoci qui.
Sono già dodici anni che lavoro in questa azienda, praticamente l’età di mio figlio, e anche melidé è una mia creatura, o creazione. Mi rendo conto solo oggi, dopo tutto questo tempo, quanto questo piccolo brand sia importante per me, quanto sia legato alla mia identità, a questo decennio della mia terza vita (la prima è dunque quella bresciana, la seconda romana, la terza coincide con il mio trasferimento ai Castelli: le mie vite sono dei luoghi, è evidente). È sempre stato un progetto collettivo, orizzontale e condiviso, perché io ho voluto che fosse così: collettivo, condiviso, gestito in modo orizzontale. Ma come spesso mi è successo nelle mie varie vite, a volte la mia rappresentazione della realtà non è così aderente alla realtà. Forse è una deformazione intellettuale, quella per cui ho scelto di studiare Lettere e ho fatto della letteratura il mio principale, eterno interesse. La letteratura è una rappresentazione della realtà, è una costruzione, a volte un’illusione, ma io amo la letteratura, sapete quanto amo leggere. Non mi sento naïf mentre vi scrivo che va bene così, che la letteratura è anche un po’ vita, e vita e letteratura si mescolano sempre, inevitabilmente. La letteratura di melidé non può essere, o essere stata, così lontana dalla realtà, e questa ingenuità io me la tengo stretta, perché è un massaggio al cuore che mi voglio fare. Ma sono anche diventata grande, e più matura e più lucida, e so distinguere il reale dall’immaginario senza farmi sopraffare né dalla crudezza (sempre meno rara, purtroppo) della realtà, né dalla malìa dell’immaginazione.
Quale colpa?
In un momento difficile, incerto e terribile, globale, che coincide con una conclamata crisi del settore tessile, fare vestiti, lo abbiamo già detto, è complicato. È complicato sopratutto per chi, come noi, vuole fare le cose in modo etico e responsabile, e si rifiuta di produrre spazzatura pur di venderla.
Ieri in spiaggia leggevo un libro bellissimo, Dove non mi hai portata, di Maria Grazia Calandrone. Il libro è un’inchiesta autobiografica sulla storia della madre dell’autrice, morta suicida nel Tevere dopo averla abbandonata a pochi mesi, morta annegata nel fiume con il vestito della domenica e le scarpe sa sposa. Mi ha colpita il fatto che a metà degli anni 60 il cadavere di Lucia viene descritto come quello di una contadina sulla base degli indumenti che indossava. Il cadavere di una contadina vestita con il vestito della domenica e le scarpe buone. Mi ha colpita, perché penso a quanto i vestiti facciano parte di noi, ci identifichino, sia come individui sia come collettività, raccontino molto di noi, così tanto che non possiamo sfuggire alla nostra identità, nemmeno camuffandola con il vestito e le scarpe buone, anzi non le sfuggiamo proprio scegliendo il vestito buono, la confermiamo.
Dico sempre che i vestiti che fa melidé sono una rappresentazione del nostro modo di essere, dei valori che con coerenza abbiamo portato fino a qui, per dodici anni, nonostante tutto. I tessuti naturali, la semplicità delle linee, il fatto di poterli indossare ogni giorno, il fatto di non essere veramente delle cose futili, ma utili, essenziali e preziose. I nostri vestiti sono i vestiti buoni, ma che puoi indossare tutti i giorni. Questo pensiero mi fa sentire meno in colpa, e voi mi direte, quale colpa? La colpa di fare vestiti in questo nostro mondo ammalato in cui stiamo vivendo.
Un’amica mi ha detto che fare impresa è fare una cosa sociale, anche se l’impresa realizza vestiti e non medicine essenziali per la sopravvivenza.
È vero, è così, devo essere orgogliosa di questo, lo sono. Lo sono.