The Vicky Files

The Vicky Files

ll vestito Vicky è arrivato alla sua terza edizione, e ci sembra il momento giusto per raccontarvi da dove viene, perché la sua storia comincia prima di melidé.
Me lo regalò molti anni fa la mia amica Clio Bargellini, che da sempre si occupa di vintage. Assomigliava a quei grembiuli-abito che si vedevano nelle fotografie degli anni Sessanta. Non il grembiule da cucina, quello che si indossa per non sporcarsi ma un un vestito da casa, ampio, senza maniche, pensato per fare i mestieri secondo me. Era stato cucito a mano da o per una signora con una taglia 50, e, come succede spesso con il vintage, quella misura generosa finiva per vestire benissimo anche corpi molto diversi.
A renderlo speciale erano le ruches sulle spalle. Ampie, doppie, quasi sproporzionate rispetto alla semplicità del resto. Ricordo di aver pensato che non avevo mai visto un equilibrio simile, che quelle rouches “facevano tutto da sole”.
Però per anni l'ho portato soltanto al mare come copricostume o prendisole, due parole che mi riportano alla riviera romagnola della mia infanzia. Poi, quasi senza accorgermene, ho iniziato a usarlo anche in città, e soprattutto con i jeans. Mi piaceva lasciare che lo scollo largo scivolasse appena sulla spalla, lasciando intravedere un top bianco o nero, o a righe, o a fiori: a caso. Era un modo molto diverso di indossarlo e, forse, è stato proprio allora che è successo: quel vestito non apparteneva più soltanto alle vacanze.
Quando abbiamo deciso di trasformarlo in un capo melidé, siamo andate dalla modellista per far realizzare il primo cartamodello e poi i piazzati, poi in laboratorio dal fasonista per un prototipo, così da vedere ogni possibile criticità prima di avviare la produzione. Era un pezzo che conoscevo a memoria, provato su di me per anni, e lo immaginavo semplice da realizzare, da indossare, da raccontare quindi da vendere: avevo ragione solo sull’ultimo punto, ma l’ho scoperto solo quando lo abbiamo messo online, prima di allora sono rimasta con il dubbio che stessi facendo una cazzata.



Infatti quando è arrivato il momento di concordare il prezzo con il fasonista sono rimasta basita, pensavo che fosse un capo super easy da montare. Gli ho chiesto se dicesse sul serio, e mi ha spiegato che il costo è dovuto alle rouches sulle spalle, tra l’altro doppiate, che nell’originale erano state cucite a mano. Mi chiese perfino se volessi eliminarle, gli ho risposto, testuale, Ma stiamo scherzando? Le rouches sono la cifra di questo vestito: non se ne parlava.
Accettata la sfida di produrre un capo solo apparentemente semplice, serviva trovare i tessuti adatti con le composizioni che volevamo, così abbiamo iniziato a sezionare il catalogo dei nostri principali fornitori di deadstock.



Per questa terza produzione (che ora trovate in saldo) abbiamo trovato due tessuti perfetti. Un piccolo quadretto bianco e azzurro (è l’ultimo pezzo disponibile) e un cotone leggerissimo, quasi impalpabile, a fondo bianco con piccoli fiori azzurri, delicati, non vedevo l’ora di farlo con un pattern di questo tipo, ma trovavo solo stampe a fiori grossi che non mi convincevano.

Perché si chiama Vicky

Per chi si è affacciato a melidé da poco, il vestito si chiama Vicky perché quelle rouches sulle spalle ci hanno ricordato i grembiuli di Super Vicky, il telefilm che molte di noi hanno amato da bambine. In Italia si chiamava Super Vicky, in America Small Wonder, la serie di Howard Leeds arrivata negli Stati Uniti nel 1985 e da noi nel 1986. Vicky era una bambina che nascondeva un robot, e viveva con la famiglia Lawson come una figlia adottiva. In tutte le puntate portava un vestitino rosso e un grembiule bianco con delle rouches di pizzo sulle spalle, uguale in ogni episodio, iconico.

La tecnologia degli effetti speciali di questa serie era abbastanza casalinga e le pazze abilità di Vicky sembrano concepite da “uno sceneggiatore sotto l'effetto della cocaina” (fonte the-avocado.org)

Da Super Vicky a Miuccia nostra

Nella collezione Primavera/Estate 2026 di Miu Miu, Miuccia Prada è tornata a lavorare su un immaginario domestico che attraversa da sempre la sua ricerca: grembiuli, abitini da casa, colletti, silhouette che sembrano uscite dagli anni Cinquanta e Sessanta, capi quotidiani spostati in un altro contesto, dove acquistano una nuova dignità, assolvendo a una diversa funzione, o meglio non assolvendo ad alcuna funzione che non sia estetica.
I grembiuli, però, restano grembiuli, non vengono trasformati in qualcos'altro, non subiscono modifiche o interpretazioni di design: in passerella e per strada conservano la loro identità di grembiuli-e-basta, ed è proprio questo a renderli ancora più interessanti. Ecco uno styling Miu Miu di Marta Oldirini, fashion market editor @ Vogue Italia.



Quella collezione mi ha fatto pensare che un immaginario al quale ero arrivata quasi per caso, partendo da un vecchio vestito da casa trovato nel vintage, stesse tornando a occupare un posto nella moda contemporanea, legittimato da una delle più geniali designer di oggi, Miuccia Prada. Forse un po’ per nostalgia, forse perché certi oggetti, quando vengono osservati con attenzione, continuano a raccontare qualcosa nel presente, forse perché dare nuova dignità e portare fuori dalle mura domestiche il guardaroba domestico femminile è una cosa rivoluzionaria, in un mondo in cui sembra che abbiamo fatto tutte le rivoluzioni possibili, e invece no.

Palermo 2025, incollate alla vetrina di Prada

In realtà già l’anno scorso, io e Viola, durante un weekend a Palermo, avevamo avuto una piccola anticipazione di questo terreno comune tra noi e l’immaginario da cui aveva attinto Prada. Eravamo in città per un evento di DoDo. Era la nostra prima volta a Palermo (che bello) e, prima di prendere l'autobus per Mondello, ci siamo fermate davanti alla boutique di Prada. Avevamo gli occhi incollati alla vetrina con quella curiosità che ci prende ogni volta che possiamo vedere una collezione dal vivo. Tra gli abiti della collezione P/E 2025 che popolavano la vetrina ce n'era uno che, capirete, ha attirato la nostra attenzione, un piccolo vestito in batista di cotone bianco, disseminato di minuscoli fiori, con le ruches sulle spalle rifinite da un pizzo nero e lo stesso pizzo lungo l'orlo. Non era uguale al Vicky, le ruches erano singole, il modello era costruito in più taglie, c’erano gli inserti in pizzo, ma palesemente vi alludeva. Eccolo.

Entrambi partono da un vestito domestico, da un capo nato per essere usato e restare tra le mura di casa. Entrambi conservano lo scollo ampio, la linea morbida, la leggerezza del cotone, le ruches come dettaglio decorativo. Cambiano le proporzioni per via dello sviluppo delle taglie, cambia il linguaggio della maison, cambia il prezzo. Il punto di partenza, però, sembra appartenere allo stesso immaginario estetico.



È questo che ci ha colpite: non l'idea che qualcuno sia arrivato prima o dopo, perché la cronologia di queste assonanze è lapalissiana, ma non credo proprio che Miuccia abbia preso spunto dal Vicky, penso invece, e ne sono sicura, che realtà profondamente diverse possano rivolgere lo sguardo verso lo stesso immaginario estetico e pescare nuove idee. Noi ci siamo arrivate attraverso un vecchio vestito da casa scovato nel vintage. Prada ci è arrivata seguendo una ricerca che Miuccia porta avanti da decenni sulla dignità degli abiti quotidiani. L'estetica che ne deriva, inevitabilmente, presenta molte assonanze.

Lifewear come chiave della sostenibilità: benvenute nel club

Questo fine settimana ho letto un articolo di Rivista Studio, che ho condiviso anche nelle stories di melidé, dedicato a un progetto di Uniqlo e a un'idea di sostenibilità molto concreta. A un certo punto Maria Ledous, responsabile europea della sostenibilità del brand, dice una cosa che mi è rimasta impressa: «In ultima analisi, per noi la cosa più importante è il LifeWear, cioè come possiamo fornire ai nostri clienti vestiti dai prezzi democratici, utilizzabili nel quotidiano e che hanno per loro non solo un valore economico, ma pure affettivo». Al di là delle differenze enormi tra una realtà come Uniqlo e una piccola azienda come la nostra, credo che il valore affettivo sia, oggi, una delle misure più sensate, oneste e anche realistiche con cui giudicare un vestito. Vicky è nato così. Prima ancora di diventare un prodotto melidé, è stato un vestito che ho indossato per anni, e prima di me un’altra donna, di un’altra generazione (per non dire epoca) lo aveva indossato. Se abbiamo deciso di rifarlo non è solo perché ci sembrava un vestito bello, ma perché aveva già dimostrato, nella pratica e nel cuore, di meritare un posto nel guardaroba.

Ripetiamo insieme: il caso non esiste

Un’ultima cosa, anzi, meglio: un’ultima coincidenza. Venerdì pomeriggio, mentre scrivevo questa newsletter e cercando il post in cui Alexa indossava il vestito di Prada, sono incappata in una story fresca di pubblicazione in cui indossa un abitino bianco a fiorellini, con le ruches sulle spalle, sopra un paio di jeans. In altre parole, un Vicky. O meglio, il modo esatto in cui ho iniziato a indossare il vecchio vestito vintage quando ho deciso di smettere di riservarlo alle vacanze al mare.



Certi vestiti hanno una vita propria. Sul serio. A un certo punto riaffiorano contemporaneamente in luoghi diversi, nelle collezioni, nelle fotografie che salviamo senza sapere perché, negli armadi di persone che non si conoscono e che, senza mettersi d'accordo, finiscono per scegliere lo stesso capo.

Se avete un Vicky, o se pensate di prenderlo approfittando dei saldi, avete (o avrete) un capo con una storia lunga alle spalle. Comincia da un vecchio grembiule vintage e passa per le mani della modellista e del fasonista, per quelle rouches a doppio strato che nessuno ha voluto togliere, per un tessuto scelto tra tessuti abbandonati e per una stagione di saldi in una caldissima estate. È la stessa aria di casa-anni-sessanta che poco dopo abbiamo ritrovato da Prada e quest’anno in passerella da Miu Miu. Quando lo indossate, portate con voi tutta questa storia. E quando lo regalate, regalate una storia che si indossa. Lo sapete che in genere non vi tedio con questa retorica melensa da storytelling, ma come faccio stavolta a farne a meno? Questo vestito è poesia.

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