Mi sa che ti devi domandare perché lo fai

Mi sa che ti devi domandare perché lo fai

Ieri volevo finalmente mettere la minigonna in frescolana. Io ho la versione grigia e, visto che le temperature si erano abbassate, mi sembrava arrivato il momento. Certo, non immaginavo il diluvio che sarebbe arrivato qualche ora dopo.
Però, previdente almeno su una cosa, avevo scelto delle ballerine con la suola in gomma. Le uniche che ho sono un paio di Massimo Dutti in nappa marrone molto scuro, testa di moro. A quel punto il problema era: cosa ci metto sopra? Una T-shirt bianca? Nera? Non mi convincevano. Anche perché ero andata in fissa con un paio di calze Frankalza che mi avevano mandato a giugno, scelte apposta con il pizzo sul bordo perché mi piaceva l’idea di portarle alte sulla caviglia, così.


Grigio, marrone, calze. Eravamo (chi? lascio questo plurale che mi è venuto spontaneo perché mi fa ridere) già a tre colori e non avevo nessuna intenzione di trasformarmi nel festival delle palette.
«Non ho niente di marrone», ho pensato, nella stessa identica accezione di «non ho niente da mettermi» pronunciato davanti a un armadio pieno. Ovvio, non era vero, anzi, questa è stata praticamente l’estate del marrone scuro per me.
E infatti mi sono ricordata della nostra polo color cioccolato, quasi dello stesso marrone della nappa delle ballerine, e a quel punto il look si è composto da solo, quando mi vesto nella mia testa funziona tutto come in Cenerentola quando i topini le cuciono il vestito azzurro. Che scena memorabile.


Minigonna grigia in frescolana, polo cioccolato, calze con il bordo di pizzo e ballerine testa di moro, mi sono fatta i complimenti da sola, non soltanto perché mi piaceva come stavo, ma perché mi sentivo comoda e a mio agio. Che bello quando mi vesto, mi guardo e non voglio cambiare niente.
Così vestita sono arrivata in ufficio (che ora dista 80 metri da casa mia) e, poco dopo, ha cominciato a piovere come se Roma avesse deciso di recuperare in una mattina tutta l’acqua non caduta nei mesi precedenti. Ce sta.
Probabilmente si è bagnata una presa sul terrazzo, perché è saltato il quadro elettrico e anche il salvavita ha preso una decisione.
Sono riuscita a riavere la corrente per circa un’ora, giusto il tempo di inviare a Brt tutte le informazioni necessarie per far partire gli ordini. Poi di nuovo buio.
Siamo in una palazzina storica che ha una doppia esposizione (ahaha sembro un’agente immobiliare, anzi penso che avrei un futuro, ma non prossimo) quindi entra molta luce. Ma con il cielo nero e la pioggia che non smetteva, dalle nove del mattino fino alle sette di sera ho fatto quasi tutto con la torcia dell’iPhone: non potevo tornare a casa prima di aver spedito i vostri ordini e non potevo neanche permettermi di consumare troppo il telefono.

A un certo punto ho pensato: dato che sono intrappolata qui, mi guardo una puntata di Un giorno in pretura (mio guilty pleasure). Oppure Normal People, che devo ammettere non ho ancora finito perché con le serie continuo ad avere un rapporto complicato. Ma tra telefono e Mac le batterie stavano finendo e mi servivano entrambe. Quindi ho fatto la cosa più logica che mi poteva venire in mente (devo specificare che l'aggettivo è ironico?): ho iniziato a riordinare il magazzino, al buio, con la torcia dell'iPhone, cercando di distinguere marrone scuro, blu scuro e nero, che dopo una certa ora erano diventati ufficialmente lo stesso colore.

È stata una giornata rocambolesca e, per qualche motivo, anche divertente. Quando c’è da arrangiarsi, trovare una soluzione, spostare cose, cambiare programma e capire come andare avanti con quello che c’è, una parte di me si diverte assai.
Il problema è che questa cosa, la mia tendenza a cercare sempre di fare un po’ più del necessario, a mettermi alla prova, a spostare continuamente il limite di quello che considero sufficiente, ultimamente, mi fa pensare. È un atteggiamento utilissimo quando hai vent’anni, studi all’università o lavori (o entrambe le cose, alzo la mano) e vuoi vedere fino a dove riesci ad arrivare. A quarantacinque, qualche volta, cominci ad assomigliare più a un’anima in pena. Ne parlavo durante un aperitivo con un’amica che un certo punto mi ha detto: «Mi sa che ti devi domandare perché lo fai».
E voglio chiudere questa newsletter così, dicendovi che effettivamente domandarci il perché facciamo qualcosa è importante, ma anche avere delle amiche è importante, amiche che ti fanno le domande giuste, invece che darti le risposte.

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